Nel nostro paese potrebbe accadere un fatto di una gravità inaudita, la censura della Rete. Levi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha elaborato un disegno di legge approvato all'unanimità in Consiglio dei ministri il 12 ottobre il quale prevede che chiunque abbia un sito o un blog debba registrarlo al ROC, registro dipendente dall’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche per chi scrive senza fini di lucro.
L’iter proposto da Levi limiterebbe l’accesso alla Rete, il ddl Levi-Prodi, se tramutato in legge, obbligherà chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile. Il 99% chiuderebbe, i rimanenti, per la legge Levi-Prodi, risponderebbero in caso di reato di omesso controllo su contenuti diffamatori ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale. Il disegno dovrà ora essere approvato dal Parlamento, una legge che cancellerebbe dai server italiani tante voci libere come la nostra e obbligherebbe chi in Italia vuole rimanere a costose procedure e lungaggini di ogni tipo, oltre alla schedatura governativa. In italia non ci si stupisce mai di nulla, ma questo ddl ha una logica aberrante, quella del controllo sull'unico spazio di libera informazione, un controllo che fortunatamente non potrà avvenire da parte di un singolo governo.
Il disegno di legge, rivela ancora una volta l'anima illiberale di questa classe politica al governo, la pochezza dei suoi dirigenti scagliatisi, guarda caso dopo il fenomeno Grillo, contro l'informazione indipendente dei blog. Per questo faccio un appello a tutti i ministri e parlamentari di animo liberale, per affondare questa legge e chiedo, come blogger e liberale, le dimissioni immediate dell'autore al quale è legato il ddl, Ricardo Franco Levi.
Alessandro Greco
sabato 20 ottobre 2007
sabato 13 ottobre 2007
Liberali di lotta e di governo.
Pubblichiamo oggi un articolo apparso su NeoLib, portale liberale con il quale è attiva una stretta ed amichevole collaborazione.
Ludwig Von Mises scrisse che “i governi diventano liberali solo quando vi sono costretti dai cittadini”. Purtroppo oggi in Italia la società civile preferisce organizzarsi per mungere la vacca dello Stato: sindacati, Confindustria, lobby bancarie e quant’altro, non mirano tanto a costringere lo Stato a restituire maggiori libertà ai cittadini, al mercato, alle imprese, quanto piuttosto ad ottenere privilegi, favori, esenzioni o soldi, il tutto a danno del cittadino non sindacalizzato, dell’impresa che non riceve sussidi, del consumatore, del contribuente.
Siamo arrivati ad una situazione per cui i normali cittadini pagano allo Stato tra il 60 ed il 70% di quello che guadagnano, ma non se ne rendono conto. E gli va bene così. E i sindacati non combattono perché ai lavoratori venga sottratta una quota inferiore del loro reddito: non possono farlo, perché con quei soldi lo Stato deve pagare gli stipendi dei milioni di statali e dei milioni di pensionati, che guarda caso sono proprio il nucleo principale dei loro iscritti!
Alla Confindustria e al sistema imprenditoriale, nell’impossibilità di fronteggiare governo e sindacato che continuano a chiedere “più Stato”, non resta che creare delle sacche di privilegio, di protezione, per eludere il fisco e per riappropriarsi con le sovvenzioni di una parte dei soldi che ha dovuto versare con le tasse. Questo però lo riescono a fare solo le imprese più grandi, la grande industria ed il sistema bancario, che riescono ad avere contatti diretti con il governo e ad influire sulle sue scelte politiche.A farne le spese è la libertà, la nostra libertà.
La difficoltà che il precedente governo ha avuto nel diminuire l’imposizione fiscale ed il fatto che in una legislatura che si era aperta anche nel nome del liberismo abbiamo assistito ad un aumento della spesa pubblica, dimostrano che per dare maggiori libertà ai cittadini non può essere sufficiente l’approdo al governo di un partito liberale e liberista. Quando non erano le folle oceaniche a dimostrare contro l’art. 18 c’erano le resistenze interne alla maggioranza di centrodestra, che ha anch’essa un bacino elettorale nel settore pubblico: quando si trattava di ridurre il peso dello Stato o di liberalizzare certi mercati le forze della conservazione sono sempre state più forti di quelle della riforma.
Oscar Giannino, nel suo libro “Contro le tasse”, indica, tra le altre, due vie da seguire per cercare di invertire questa tendenza: da una parte si deve riformare la rappresentanza delle imprese italiane, magari creando una nuova associazione degli industriali, distinta e distante da Confindustria. Quando in campagna elettorale Berlusconi a Vicenza ha avuto quello scatto di orgoglio ed ha parlato a cuore aperto alla platea degli industriali, le prime file, ossia le grandi imprese, quelli che riescono ad avere i privilegi dallo Stato, hanno fatto il muso duro. Il vasto pubblico delle medie e piccole imprese invece lo ha applaudito ed acclamato. C’è quindi una frattura all’interno di Confindustria, che rende possibile l’organizzazione delle piccole e medie imprese per portarle ai tavoli delle trattative con il governo e per difendere quel mondo delle imprese che vuole meno Stato e non più privilegi. Un’associazione di industriali che sia sempre e comunque con il liberismo, e non sempre e comunque con il governo!
Dall’altra parte si devono organizzare i contribuenti: non è possibile che al tavolo della concertazione siedano quelli che si spartiscono la torta, ossia sindacati, imprese e Confindustria, ma non quelli che la torta la pagano, ossia i contribuenti.E i sindacati non ci vengano a dire che loro rappresentano i lavoratori e quindi i contribuenti! Come abbiamo visto sopra, i sindacati hanno interesse ad aumentare le tasse proprio per aumentare le entrate dei pensionati ed i dipendenti pubblici.
Sulla rete sono state lanciate già delle iniziative in questo senso: basti pensare a http://www.menostato.it/, o all’iniziativa promossa dal think tank Competere presieduto da Pietro Paganini, http://www.coalizioneliberomercato.it/. È ora di uscire da internet, di raccogliere adesioni, di organizzare i contribuenti e di pretendere un posto al tavolo della concertazione e, se - come speriamo - la concertazione verrà abbandonata, di difendere con forza gli interessi del contribuente nelle sedi e nelle forme che di volta in volta si riterranno più opportune.
Sono due proposte concrete che darebbero ai liberisti due strumenti aggiuntivi nella lotta per la libertà, ed in particolare per le libertà economiche, strumenti che comunque non andrebbero a sostituire l’azione politica democratica nelle istituzioni, ossia l’attività di partito e, possibilmente, di governo, ma mirerebbero a creare delle sinergie con essa.Chi altri, se non noi liberisti, deve organizzarsi per lottare contro le tasse e contro lo statalismo? Come scrive Giannino nella conclusione del suo libro, “bisogna fare da soli: più saremo a difendere i diritti del nostro portafoglio, prima che quelli di questo o quel leader politico, più saremo credibili, numerosi e forti. Altrimenti, pagate in silenzio e non lamentatevi della vostra schiavitù”.
Gionata Pacor
www.neolib.eu
Ludwig Von Mises scrisse che “i governi diventano liberali solo quando vi sono costretti dai cittadini”. Purtroppo oggi in Italia la società civile preferisce organizzarsi per mungere la vacca dello Stato: sindacati, Confindustria, lobby bancarie e quant’altro, non mirano tanto a costringere lo Stato a restituire maggiori libertà ai cittadini, al mercato, alle imprese, quanto piuttosto ad ottenere privilegi, favori, esenzioni o soldi, il tutto a danno del cittadino non sindacalizzato, dell’impresa che non riceve sussidi, del consumatore, del contribuente.
Siamo arrivati ad una situazione per cui i normali cittadini pagano allo Stato tra il 60 ed il 70% di quello che guadagnano, ma non se ne rendono conto. E gli va bene così. E i sindacati non combattono perché ai lavoratori venga sottratta una quota inferiore del loro reddito: non possono farlo, perché con quei soldi lo Stato deve pagare gli stipendi dei milioni di statali e dei milioni di pensionati, che guarda caso sono proprio il nucleo principale dei loro iscritti!
Alla Confindustria e al sistema imprenditoriale, nell’impossibilità di fronteggiare governo e sindacato che continuano a chiedere “più Stato”, non resta che creare delle sacche di privilegio, di protezione, per eludere il fisco e per riappropriarsi con le sovvenzioni di una parte dei soldi che ha dovuto versare con le tasse. Questo però lo riescono a fare solo le imprese più grandi, la grande industria ed il sistema bancario, che riescono ad avere contatti diretti con il governo e ad influire sulle sue scelte politiche.A farne le spese è la libertà, la nostra libertà.
La difficoltà che il precedente governo ha avuto nel diminuire l’imposizione fiscale ed il fatto che in una legislatura che si era aperta anche nel nome del liberismo abbiamo assistito ad un aumento della spesa pubblica, dimostrano che per dare maggiori libertà ai cittadini non può essere sufficiente l’approdo al governo di un partito liberale e liberista. Quando non erano le folle oceaniche a dimostrare contro l’art. 18 c’erano le resistenze interne alla maggioranza di centrodestra, che ha anch’essa un bacino elettorale nel settore pubblico: quando si trattava di ridurre il peso dello Stato o di liberalizzare certi mercati le forze della conservazione sono sempre state più forti di quelle della riforma.
Oscar Giannino, nel suo libro “Contro le tasse”, indica, tra le altre, due vie da seguire per cercare di invertire questa tendenza: da una parte si deve riformare la rappresentanza delle imprese italiane, magari creando una nuova associazione degli industriali, distinta e distante da Confindustria. Quando in campagna elettorale Berlusconi a Vicenza ha avuto quello scatto di orgoglio ed ha parlato a cuore aperto alla platea degli industriali, le prime file, ossia le grandi imprese, quelli che riescono ad avere i privilegi dallo Stato, hanno fatto il muso duro. Il vasto pubblico delle medie e piccole imprese invece lo ha applaudito ed acclamato. C’è quindi una frattura all’interno di Confindustria, che rende possibile l’organizzazione delle piccole e medie imprese per portarle ai tavoli delle trattative con il governo e per difendere quel mondo delle imprese che vuole meno Stato e non più privilegi. Un’associazione di industriali che sia sempre e comunque con il liberismo, e non sempre e comunque con il governo!
Dall’altra parte si devono organizzare i contribuenti: non è possibile che al tavolo della concertazione siedano quelli che si spartiscono la torta, ossia sindacati, imprese e Confindustria, ma non quelli che la torta la pagano, ossia i contribuenti.E i sindacati non ci vengano a dire che loro rappresentano i lavoratori e quindi i contribuenti! Come abbiamo visto sopra, i sindacati hanno interesse ad aumentare le tasse proprio per aumentare le entrate dei pensionati ed i dipendenti pubblici.
Sulla rete sono state lanciate già delle iniziative in questo senso: basti pensare a http://www.menostato.it/, o all’iniziativa promossa dal think tank Competere presieduto da Pietro Paganini, http://www.coalizioneliberomercato.it/. È ora di uscire da internet, di raccogliere adesioni, di organizzare i contribuenti e di pretendere un posto al tavolo della concertazione e, se - come speriamo - la concertazione verrà abbandonata, di difendere con forza gli interessi del contribuente nelle sedi e nelle forme che di volta in volta si riterranno più opportune.
Sono due proposte concrete che darebbero ai liberisti due strumenti aggiuntivi nella lotta per la libertà, ed in particolare per le libertà economiche, strumenti che comunque non andrebbero a sostituire l’azione politica democratica nelle istituzioni, ossia l’attività di partito e, possibilmente, di governo, ma mirerebbero a creare delle sinergie con essa.Chi altri, se non noi liberisti, deve organizzarsi per lottare contro le tasse e contro lo statalismo? Come scrive Giannino nella conclusione del suo libro, “bisogna fare da soli: più saremo a difendere i diritti del nostro portafoglio, prima che quelli di questo o quel leader politico, più saremo credibili, numerosi e forti. Altrimenti, pagate in silenzio e non lamentatevi della vostra schiavitù”.
Gionata Pacor
www.neolib.eu
giovedì 11 ottobre 2007
Prodi inaccettabile.
378 sì, 154 no e 109 astenuti. Con questo risultato è stata approvata, a Bruxelles la proposta Lamassoure-Severin di nuova ripartizione dei seggi al Parlamento europeo che porta il numero totale degli eurodeputati a 750 e ridimensiona la delegazione italiana da 78 a 72 facendo dell'Italia il paese più ridimensionato e stracciando soprattutto il concetto di cittadinanaza europea. L'Italia è stata punita in quanto i seggi non saranno più dati in base al numero dei cittadini, come avviene ora, ma in base ai residenti. Ne escono vincenti, quindi, i paesi con residenti extracomunitari, i quali non possono votare.
La gravità dello smacco però e ancor più evidente se si pensa che va a colpire in particolare un paese fondatore e da sempre europeista, guidato da un premier che ha da sempre professato la sua fede in Bruxelles fino a guidare la Commissione. L'italia ne uscirebbe quindi come un paese di serie B rispetto a Francia e Germania ma anche rispetto al da sempre euroscettico Regno Unito. I parlamentari italiani hanno votato compatti no, fortunatamente, e l'Italia ha ancora la possibilità del veto che potrebbe affondare la proposta ma mi sorge una considerazione. Il concetto di cittadinanza europea, tanto decantato dal nostro premier ne esce considerabilmente ridimensionato e esce ridimensionata soprattutto la statura dell'Italia di Prodi e D'Alema i quali nei 5 anni di governo della Cdl hanno fortemente attaccato una politica, a loro dire, anti-europeista e genuflessa a Washington si ritrovano ora soli in Europa. La politica europea di Berlusconi si rivela sempre più un tentavo di riequilibrare lo schiacchiere europeo contenedo l'asse Parigi-Berlino; l'Italia in quel quinquennio riuscì ad avvicinare la Russia all'Europa, creò un asse privilegiato con Madrid e Londra e riuscì a conquistare la sede dell'Efsa a favore della mia città, Parma. Ora con l'europeista Massimo alla Farnesina l'asse Berlino-Parigi si è allargata a Londra, tenendoci comunque fuori, la Russia sembra tornata alla guerra ferdda e ci troviamo in ritardo anche nel nuovo corso della politica euromediterranea inaugurata da Sarkozy. L'Italia si trova quindi fuori dal cuore della vecchia Europa senza più importanti sponde extra-UE e con il proprio speso specifico in via di rimidensionamento.
Il lato comico è che il ridimensionamento che sta per avveniure è figlio di quell'allargamento a 27 studiato proprio dal nostro inafferrabile premier quando si trovava alla guida della Commissione, chi è causa del suo mal pianga sè stesso.
Alessandro Greco
La gravità dello smacco però e ancor più evidente se si pensa che va a colpire in particolare un paese fondatore e da sempre europeista, guidato da un premier che ha da sempre professato la sua fede in Bruxelles fino a guidare la Commissione. L'italia ne uscirebbe quindi come un paese di serie B rispetto a Francia e Germania ma anche rispetto al da sempre euroscettico Regno Unito. I parlamentari italiani hanno votato compatti no, fortunatamente, e l'Italia ha ancora la possibilità del veto che potrebbe affondare la proposta ma mi sorge una considerazione. Il concetto di cittadinanza europea, tanto decantato dal nostro premier ne esce considerabilmente ridimensionato e esce ridimensionata soprattutto la statura dell'Italia di Prodi e D'Alema i quali nei 5 anni di governo della Cdl hanno fortemente attaccato una politica, a loro dire, anti-europeista e genuflessa a Washington si ritrovano ora soli in Europa. La politica europea di Berlusconi si rivela sempre più un tentavo di riequilibrare lo schiacchiere europeo contenedo l'asse Parigi-Berlino; l'Italia in quel quinquennio riuscì ad avvicinare la Russia all'Europa, creò un asse privilegiato con Madrid e Londra e riuscì a conquistare la sede dell'Efsa a favore della mia città, Parma. Ora con l'europeista Massimo alla Farnesina l'asse Berlino-Parigi si è allargata a Londra, tenendoci comunque fuori, la Russia sembra tornata alla guerra ferdda e ci troviamo in ritardo anche nel nuovo corso della politica euromediterranea inaugurata da Sarkozy. L'Italia si trova quindi fuori dal cuore della vecchia Europa senza più importanti sponde extra-UE e con il proprio speso specifico in via di rimidensionamento.
Il lato comico è che il ridimensionamento che sta per avveniure è figlio di quell'allargamento a 27 studiato proprio dal nostro inafferrabile premier quando si trovava alla guida della Commissione, chi è causa del suo mal pianga sè stesso.
Alessandro Greco
mercoledì 10 ottobre 2007
Nashi: la gioventù al servizio di Putin.
Pubblichiamo oggi un articolo di approfondimeto sulla politica russa. L'argomento è succoso e mostra come un potere illiberale possa, in condizioni di precaria ma apparente democrazia, fomentare organizzazione che in Italia sarebbe considerata eversiva. Il paese è la Russia e il mecenate di questi giovinastri è l'amico Putin. L'artcolo è di un giornale che ormai è un riferimento per noi liberali: l'Occidentale.
Una formazione giovanile che sfrutta tattiche paramilitari per incursioni contro obiettivi interni e stranieri; una cultura educata all’odio parlando il gergo del vilipendio e della minaccia; campi d’addestramento per fabbricare armi artigianali, imparare la guerriglia urbana, attaccare i nemici con le parole e i fatti. Il panorama della Russia post-sovietica è popolato da realtà collocate in quella estesa zona grigia tra legalità e illegalità in cui la clandestinità è vita ordinaria. Questa volta però non è la mafia o una brigata terrorista cecena. E’ tutto pienamente legale. E’ il movimento giovanile sotto il patrocinio di Putin. Si chiama “Nashi” – i Nostri. E’ la gioventù secondo Putin: rigida nella sua fedeltà al nazionalismo russo, inflessibile con qualunque avversario che diventa subito nemico e incline ad usare ogni arma per sconfiggerlo.
In principio fu il verbo. Nashi viene costituita ufficialmente il 1 marzo 2005 come organizzazione aperta ai giovani tra i 14 e i 28 anni e dotata di sedi in tutte le 85 regioni della federazione russa. Ma è solo il fratello minore di un’altra organizzazione: “Idushchiye Vrieme” – camminando insieme – poi sciolta per scandali e scarsa affidabilità. In entrambi i casi l’artefice è Vasily Yakemenko, un trentenne moscovita ex quadro della burocrazia presidenziale con un curriculum specializzato nel forgiare movimenti giovanili, tutti accomunati dallo stesso marchio: al servizio del Cremlino. Infatti all’ombra di Yakemenko si muove Vladislav Surkov, il numero due della macchina politica del Cremino. Yakemenko è il regista delle dimostrazioni di piazza organizzate a New York nell’estate 2004 per protestare contro l’asilo concesso ai militanti indipendentisti ceceni. Il Wall Street Journal parla di un capitale di $ 400,000 transitato da Yakemenko al suo uomo di fiducia negli Usa, un affarista russo emigrato a Boston.
Poi nel 2005 il battesimo di Nashi sono i cinquantamila studenti sul Leninsky Prospekt a Mosca per celebrare il sessantesimo anniversario della vittoria sui nazisti. Nel luglio 2006 un’altra impresa targata Nashi è la campagna di intimidazioni che per quattro mesi colpì l’ambasciatore inglese Anthony Brenton per il suo accalorato discorso rivolto ad un incontro del blocco “L’Altra Russia”, il nerbo dell’opposizioni contro Putin. Nashi era in grado di tallonare Brenton perché era venuto in possesso del diario personale dell’ambasciatore – un’operazione possibile soltanto all’FSB. Di fronte alle rimostranze inglesi, il Cremino ha giudicato pienamente legale il comportamento di Nashi. Analoga operazione all’estero fu effettuata tra l’aprile e il maggio scorso a Tallinn, quando il governo dell’Estonia decise di rimuovere il monumento ai caduti dell’Armata Rossa nella seconda guerra mondiale. Anche a Mosca l’ambasciata estone fu completamente accerchiata dai manifestanti di Nashi, minacciando la demolizione dell’edificio consolare qualora l’Estonia non avesse lasciato il monumento nella sua collocazione originaria entro il 1 maggio – data simbolo per l’orgoglio sovietico.
Komsomol 2.0. Il ritratto più efficace di Nashi sono i suoi campi estivi. I ranghi continuano a rimpolparsi di nuovi iscritti. Quest’anno sono stati organizzati due campi per ospitare, per due settimane sul lago Seliger, i diecimila attivisti, raddoppiati rispetto all’anno scorso e triplicati rispetto al 2005. Quest’anno la principale attrattiva è costituita da tre cartelloni che ritraggono i volti dell’ex premier Kasiavov, del campione di scacchi Kasparov e dello scrittore nazionalista Limonov – i tre leader di “L’Altra Russia” – incollati su corpi di prostitute. Sottotitolo: coloro che svendono la Russia. I tre cartelloni costituiscono “il quartiere a luci rosse” del campo. L’acrimonia contro i nemici della Russia è inversamente proporzionale all’adorazione per Putin. L’adesione a Nashi e ai suoi campi avviene tramite un test per verificare la preparazione ideologica dei giovani sulla grandezza di Putin, sul successo delle sue politiche, sulla riconquista della Cecenia, sul risorto prestigio internazionale della Russia.
Il potere si rivela la chiave per decifrare Nashi. Il suo scopo è formare e indottrinare una massa di giovani pronti ad intervenire per difendere il Cremlino sulle piazze. Il modello di riferimento è la rivoluzione arancione in Ucraina, quando la forza delle proteste dei giovani a Kiev assegnò a Yushchenko la presidenza. E’ un evento che non deve ripetersi a Mosca. In una democrazia falsata l’unico filtro del malcontento è la piazza. Per quanto asfissiante, la sorveglianza dell’autocrazia non potrà mai, da sola, presidiare ogni angolo di ogni piazza. E’ troppo realistico lo scenario funesto di Kiev e di altri casi in cui le piazza hanno spodestato un’autocrazia. Allora Nashi funziona come un presidio mobile delle piazze, fornendo con le sue masse un cuscinetto protettivo tra le proteste di strada e il potere. Nashi non fa che occupare le piazze per ripulirle dal dissenso.
Il teorema di Putin è che la democrazia russa può funzionare solo abbinata alla sovranità, cioè all’autorità. Allora l’opinione critica si degrada in accusa, il dissenso finisce estradato dalla democrazia russa e gli oppositori vengono abbruttiti in nemici del popolo. Questo è il veleno ideologico che viene inoculato nelle teste dei giovani russi che diventano il manganello impugnato dall’èlite del Cremlino. Nashi assume così quei contorni della formazione paramilitare che la accostano a lugubri esperienze del passato, in primo luogo la sovietica Komsomol. Ma il nuovo ingrediente è la tattica squadrista, pronta a mobilitarsi in ogni epicentro di dissenso. Dal comunismo al fascismo, Nashi è un condensato di elementi anti-democratici. Il linguaggio politico russo ha coniato il neologismo “nashismo” per connotare un fascismo rivitalizzato sotto forma di squadrismo giovanile. Dalla Hitler-jugend alla Putin-jugend?
Gabriele Cazzulini
http://www.loccidentale.it/
Una formazione giovanile che sfrutta tattiche paramilitari per incursioni contro obiettivi interni e stranieri; una cultura educata all’odio parlando il gergo del vilipendio e della minaccia; campi d’addestramento per fabbricare armi artigianali, imparare la guerriglia urbana, attaccare i nemici con le parole e i fatti. Il panorama della Russia post-sovietica è popolato da realtà collocate in quella estesa zona grigia tra legalità e illegalità in cui la clandestinità è vita ordinaria. Questa volta però non è la mafia o una brigata terrorista cecena. E’ tutto pienamente legale. E’ il movimento giovanile sotto il patrocinio di Putin. Si chiama “Nashi” – i Nostri. E’ la gioventù secondo Putin: rigida nella sua fedeltà al nazionalismo russo, inflessibile con qualunque avversario che diventa subito nemico e incline ad usare ogni arma per sconfiggerlo.
In principio fu il verbo. Nashi viene costituita ufficialmente il 1 marzo 2005 come organizzazione aperta ai giovani tra i 14 e i 28 anni e dotata di sedi in tutte le 85 regioni della federazione russa. Ma è solo il fratello minore di un’altra organizzazione: “Idushchiye Vrieme” – camminando insieme – poi sciolta per scandali e scarsa affidabilità. In entrambi i casi l’artefice è Vasily Yakemenko, un trentenne moscovita ex quadro della burocrazia presidenziale con un curriculum specializzato nel forgiare movimenti giovanili, tutti accomunati dallo stesso marchio: al servizio del Cremlino. Infatti all’ombra di Yakemenko si muove Vladislav Surkov, il numero due della macchina politica del Cremino. Yakemenko è il regista delle dimostrazioni di piazza organizzate a New York nell’estate 2004 per protestare contro l’asilo concesso ai militanti indipendentisti ceceni. Il Wall Street Journal parla di un capitale di $ 400,000 transitato da Yakemenko al suo uomo di fiducia negli Usa, un affarista russo emigrato a Boston.
Poi nel 2005 il battesimo di Nashi sono i cinquantamila studenti sul Leninsky Prospekt a Mosca per celebrare il sessantesimo anniversario della vittoria sui nazisti. Nel luglio 2006 un’altra impresa targata Nashi è la campagna di intimidazioni che per quattro mesi colpì l’ambasciatore inglese Anthony Brenton per il suo accalorato discorso rivolto ad un incontro del blocco “L’Altra Russia”, il nerbo dell’opposizioni contro Putin. Nashi era in grado di tallonare Brenton perché era venuto in possesso del diario personale dell’ambasciatore – un’operazione possibile soltanto all’FSB. Di fronte alle rimostranze inglesi, il Cremino ha giudicato pienamente legale il comportamento di Nashi. Analoga operazione all’estero fu effettuata tra l’aprile e il maggio scorso a Tallinn, quando il governo dell’Estonia decise di rimuovere il monumento ai caduti dell’Armata Rossa nella seconda guerra mondiale. Anche a Mosca l’ambasciata estone fu completamente accerchiata dai manifestanti di Nashi, minacciando la demolizione dell’edificio consolare qualora l’Estonia non avesse lasciato il monumento nella sua collocazione originaria entro il 1 maggio – data simbolo per l’orgoglio sovietico.
Komsomol 2.0. Il ritratto più efficace di Nashi sono i suoi campi estivi. I ranghi continuano a rimpolparsi di nuovi iscritti. Quest’anno sono stati organizzati due campi per ospitare, per due settimane sul lago Seliger, i diecimila attivisti, raddoppiati rispetto all’anno scorso e triplicati rispetto al 2005. Quest’anno la principale attrattiva è costituita da tre cartelloni che ritraggono i volti dell’ex premier Kasiavov, del campione di scacchi Kasparov e dello scrittore nazionalista Limonov – i tre leader di “L’Altra Russia” – incollati su corpi di prostitute. Sottotitolo: coloro che svendono la Russia. I tre cartelloni costituiscono “il quartiere a luci rosse” del campo. L’acrimonia contro i nemici della Russia è inversamente proporzionale all’adorazione per Putin. L’adesione a Nashi e ai suoi campi avviene tramite un test per verificare la preparazione ideologica dei giovani sulla grandezza di Putin, sul successo delle sue politiche, sulla riconquista della Cecenia, sul risorto prestigio internazionale della Russia.
Il potere si rivela la chiave per decifrare Nashi. Il suo scopo è formare e indottrinare una massa di giovani pronti ad intervenire per difendere il Cremlino sulle piazze. Il modello di riferimento è la rivoluzione arancione in Ucraina, quando la forza delle proteste dei giovani a Kiev assegnò a Yushchenko la presidenza. E’ un evento che non deve ripetersi a Mosca. In una democrazia falsata l’unico filtro del malcontento è la piazza. Per quanto asfissiante, la sorveglianza dell’autocrazia non potrà mai, da sola, presidiare ogni angolo di ogni piazza. E’ troppo realistico lo scenario funesto di Kiev e di altri casi in cui le piazza hanno spodestato un’autocrazia. Allora Nashi funziona come un presidio mobile delle piazze, fornendo con le sue masse un cuscinetto protettivo tra le proteste di strada e il potere. Nashi non fa che occupare le piazze per ripulirle dal dissenso.
Il teorema di Putin è che la democrazia russa può funzionare solo abbinata alla sovranità, cioè all’autorità. Allora l’opinione critica si degrada in accusa, il dissenso finisce estradato dalla democrazia russa e gli oppositori vengono abbruttiti in nemici del popolo. Questo è il veleno ideologico che viene inoculato nelle teste dei giovani russi che diventano il manganello impugnato dall’èlite del Cremlino. Nashi assume così quei contorni della formazione paramilitare che la accostano a lugubri esperienze del passato, in primo luogo la sovietica Komsomol. Ma il nuovo ingrediente è la tattica squadrista, pronta a mobilitarsi in ogni epicentro di dissenso. Dal comunismo al fascismo, Nashi è un condensato di elementi anti-democratici. Il linguaggio politico russo ha coniato il neologismo “nashismo” per connotare un fascismo rivitalizzato sotto forma di squadrismo giovanile. Dalla Hitler-jugend alla Putin-jugend?
Gabriele Cazzulini
http://www.loccidentale.it/
Marione uno di noi.
Giovane, cattolico, schietto, sanguigno, blogger e sopratutto campione di poker. Questo è Mario Adinolfi un quintale di positività contro una politica cattocomunista ben lontana dall'idea dei democrats di JFK e Roosvelt.
Mario è un candidato molto interessante, soprattutto in confronto ai suoi avversari ancorati al passato o accodati a S.Walter. Adinolfi, che sta portando avanti la sua candidatura grazie all'impegno di Generazione U, giovani che "a gratis" si fanno il mazzo per avere visibilità in quello che è l'evento politico più importante dal '94, ha prodotto già in luglio un programma concreto molto vicino alle posizioni liberali; caratterizzandosi per la sua esemplare attività di blogger. In questo momento di grandi sconvolgimenti politici credo sia dovere di tutti noi liberali fare gioco di squadra, chi mi conosce sa che non vedo con entusiasdmo il progetto PD ma questo non mi impedisce di poter apprezzare un candidato fuori dagli schemi, prova ne è stato il tradimento dei suoi amichetti radical-chic "I Mille" andati con l'ecumenico Walter, e dotato della schiettezza che è solo dei liberi pensatori.
Per queste ragioni il Circolo appoggia Mario quale avanguardia liberale nella Chiesa cattocuminista, con la proposta di collaborare insieme per una politica migliore e trovarci, magari un giorno, in un grande progetto liberale.
Alessandro Greco
Mario è un candidato molto interessante, soprattutto in confronto ai suoi avversari ancorati al passato o accodati a S.Walter. Adinolfi, che sta portando avanti la sua candidatura grazie all'impegno di Generazione U, giovani che "a gratis" si fanno il mazzo per avere visibilità in quello che è l'evento politico più importante dal '94, ha prodotto già in luglio un programma concreto molto vicino alle posizioni liberali; caratterizzandosi per la sua esemplare attività di blogger. In questo momento di grandi sconvolgimenti politici credo sia dovere di tutti noi liberali fare gioco di squadra, chi mi conosce sa che non vedo con entusiasdmo il progetto PD ma questo non mi impedisce di poter apprezzare un candidato fuori dagli schemi, prova ne è stato il tradimento dei suoi amichetti radical-chic "I Mille" andati con l'ecumenico Walter, e dotato della schiettezza che è solo dei liberi pensatori.
Per queste ragioni il Circolo appoggia Mario quale avanguardia liberale nella Chiesa cattocuminista, con la proposta di collaborare insieme per una politica migliore e trovarci, magari un giorno, in un grande progetto liberale.
Alessandro Greco
lunedì 8 ottobre 2007
Stoccolma applaude, Washington intasca e Roma tace.
E' notizia di oggi che uno fra i nostri massimi studiosi in esilio, Massimo Capecchi, sarà insignito del premio Nobel per la Medicina, grazie alle sue ricerche sulle staminali. Non avendo le competenze medico-scientifiche, per parlare con la dovuta precisione dello studio di Capecchi, mi soffermerò ad una valutazione squisitamente politica.
La corsa verso la ricerca scientifica è fondamentale per il mantinemento del benessere di un paese ed ancor più importante, se possibile, per le sue speranze di futura prosperità.
L'Italia, come ci viene ricordato dall'Accademia di Svezia, ha menti eccelse che rappresentano l'avanguardia della comunità scientifica mondiale in diversi campi, questo tesoro però non viene sfruttato a dovere, a volte per mancanza di fondi altre volta addirittura tramite leggi specifiche che rendono illegale la ricerca, si veda la legge40. L'autonomia della scienza dovrebbe essere un principio fondamentale in uno stato liberale, in Italia non è così. Come in tutti i campi anche nella scienza si ha una continua invasione di campo di quella partitocrazia cialtrona che ci governa, le università sono soggette ai baronati e i pochi soldi affidati alla ricerca vengono dispersi a pioggia. Chi può si forma e soprattutto lavora all'estero, negli USA in particolare dove c'è un sistema ricerca produttivo perchè meritocratico.
La notizia di un Nobel tricolore dovrebbe rendermi orgoglioso, mi fa invece rabbia perchè le ricerche di Capecchi in Italia non sarebbero state possibili e addirittura, forse, illegali.
Alessandro Greco
La corsa verso la ricerca scientifica è fondamentale per il mantinemento del benessere di un paese ed ancor più importante, se possibile, per le sue speranze di futura prosperità.
L'Italia, come ci viene ricordato dall'Accademia di Svezia, ha menti eccelse che rappresentano l'avanguardia della comunità scientifica mondiale in diversi campi, questo tesoro però non viene sfruttato a dovere, a volte per mancanza di fondi altre volta addirittura tramite leggi specifiche che rendono illegale la ricerca, si veda la legge40. L'autonomia della scienza dovrebbe essere un principio fondamentale in uno stato liberale, in Italia non è così. Come in tutti i campi anche nella scienza si ha una continua invasione di campo di quella partitocrazia cialtrona che ci governa, le università sono soggette ai baronati e i pochi soldi affidati alla ricerca vengono dispersi a pioggia. Chi può si forma e soprattutto lavora all'estero, negli USA in particolare dove c'è un sistema ricerca produttivo perchè meritocratico.
La notizia di un Nobel tricolore dovrebbe rendermi orgoglioso, mi fa invece rabbia perchè le ricerche di Capecchi in Italia non sarebbero state possibili e addirittura, forse, illegali.
Alessandro Greco
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